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Istruire o sviluppare? L’università abbraccia le nuove tecnologie

8/11/2021

Gli atenei devono tenere il passo con un mondo in continua trasformazione
Gli atenei devono tenere il passo con un mondo in continua trasformazione

Gli atenei devono tenere il passo con un mondo in continua trasformazione, spiegava recentemente il rettore del Politecnico di Milano. E con l’accelerazione percepita del mondo, della tecnologia e dei valori umani, numerose sono le università che vogliono scombussolare le vecchie materie per proporre corsi che tengano il passo.

Sono più di 5000 i corsi di laurea e master proposti nelle università italiane e 200 quelli nuovi di zecca
Sono più di 5000 i corsi di laurea e master proposti nelle università italiane e 200 quelli nuovi di zecca

Vecchie cattedre, nuova tech

Per l’anno 2021/22, sono più di 5.000 i corsi di laurea e master proposti nelle università italiane. E 200 quelli nuovi di zecca, creati appositamente per seguire i trends dei nuovi settori industriali. Una tendenza che troviamo anche in altri paesi europei. In Francia, con un modello universitario più conservativo e monodisciplinare, si trovano comunque scappatelle extra-curriculari per rinfrescare le scienze umane troppo accademiche o infondere un po’ di big tech nei corsi. Insomma, gli atenei europei si mettono al passo con le grandi università americane, che da sempre puntano sulle passerelle del pubblico-privato, sulle start-up, sugli spinoff (ove la facoltà stessa investe in una tecnologia lucrativa) o semplicemente sugli interventi professionali in aula. Ma quali sono le materie accademiche in piena mutazione? Come in ogni settore, prevale il tech.

Stimate STIM

Orgoglio di tutti i campus, le STEM (o STIM, scienza, tecnologia, ingegneria e matematica) non smettono di attrarre i neo diplomati. A ragione: sono comunque i corsi di studio più proficui e meglio integrati con l’industria. E la recente pandemia ha addirittura accelerato il fascino per le scienze: sia per la biologia, a caccia di vaccini più efficienti, che per l’ingegneria informatica, visto il boom tecnologico emerso durante i lockdown. Senza dimenticare le facoltà legate alla salute, all’assistenza alle persone, ma anche alla sicurezza su ampia scala. Così il Politecnico di Milano propone una nuovissima laurea in Cyber Risk e Governance per contrastare la pandemia di ransomware e di perdite di dati subiti dalle grandi aziende. Si prospettano 3,5 milioni di posti di lavoro nel settore i prossimi anni! Pisa punta anche su Informatica e Networking, formando i futuri wizard della rete.

AI: Atenei Interattivi?

E se parliamo di nuove tecnologie, non possiamo perderci il boom dell’intelligenza artificiale (che ha già conquistato i ristoranti, il fitness e l'energia). La moda non è scappata all’attenzione delle università, e più sedi ormai offrono corsi dedicati alla più darling delle scienze dell’informazione. Ad esempio, a Bologna, il nuovo corso di Artificial Intelligence punta a formare non solo ingegneri informatici, ma innovatori “disruptive” per trovare nuovi campi di applicazione dell’AI. La Data Analytics è il pendant dell’AI: serve proprio ad insegnare alla macchina come pensare, ci pensa l’Uni Trieste a sfornare i “professionisti del futuro”. Pisa preferisce l’intelligenza all’artificiale e i candidati al corso di ingegneria dell’informazione sono ammessi da tutte le altre discipline accademiche – evitando così uno scenario alla Terminator?

I mezzi giustificano… il fine

Come dimostrato drasticamente gli ultimi due anni, non si può fare a meno del computer, per scambiare informazioni, lavorare, intrattenere, ma anche sviluppare un mercato o soltanto… apprendere. Il mezzo informatico è oggetto di tutte le attenzioni, e sia perché i corsi si svolgono online (o in blended learning), sia perché padroneggiare lo strumento si rivela indispensabile, i corsi di studio si adattano.

Non esiste più il giornalismo: parliamo ormai di Digital Communication Manager, come lo definisce il master proposto a Pavia. Scrivere non basta più, bisogna capire l’economia dei media, padroneggiare le regole della SEO, e saper sfruttare i big data, l’aggregazione dei dati per capire le tendenze. Alla Link University di Roma, le tecnologie innovative per la comunicazione digitale puntano sulle app, l’“antropologia visuale”, il diritto dei media per rispolverare la classica scienza della comunicazione. Lo scopo? Formare i futuri Interaction Designers e altri esperti della comunicazione digitale.

Da qui al digital marketing, c’è solo un passo. La materia non è nuovissima, ma l’Uni-Modena la vuole adeguare ai nuovi modi e alle nuove piattaforme, in un mercato in perpetuo rinnovo. Il corso “prepara gli studenti ad assumere ruoli manageriali e di coordinamento strategico nelle imprese”, insomma per addestrare strateghi e non soldati del guerrilla marketing. Ma oltre agli ambiti professionali, anche le classi più accademiche puntano al digitale.

Le scienze umane verso la singolarità

Filosofia, storia, lettere: i cosiddetti dinosauri dell’Accademia non sono però gli ultimi ad abbracciare la modernità, e sul modello US, le digital humanities segnano il futuro delle facoltà. Lo offre la Ca’ Foscari di Venezia, con un corso magistrale di Scienze umane digitali pubbliche, radunando le materie intellettuali al servizio di esperti per la  valorizzazione di risorse web e la gestione digitale. A Catania, l’umanistica adotta il percorso scientifico per la laurea in Scienze del testo per le professioni digitali, un’integrazione aggiornata tra gli studi letterari e le competenze del “flusso di informazione” dell’era moderna. A proposito di percorsi interdisciplinari, esiste da un po’ un corso unico in Italia, l’Informatica umanistica. È un progetto culture tra Lettere e Scienze matematiche nell’Università di Pisa, destinato a creare “esseri ibridi”, colmi di cultura e di storia, ma orientati al trattamento dell’informazione, dei testi e degli oggetti culturali. Insomma, una figura professionale che sarebbe un antidoto alla “scienza senza coscienza” screditata dai Big tech.

La giurisprudenza non si tira indietro. Abbasso il vecchio diritto romano, e viva il Diritto delle nuove tecnologie, proposto a Bologna. In un contesto di onnipresenza della Big Tech, dei Social Media, delle battaglie per la privacy o il copyright, ci vuole un corso che mette insieme le questioni di diritto internazionale, diritto d’autore, ma anche le spinose questioni giuridiche dell’informatica. Stesso suono di campana a Macerata, dove gli iscritti in Scienze giuridiche per l’innovazione, possono sperare lavorare tra l’altro come i Data Protection Officer, in seno alla sfida della trasformazione digitale delle imprese.

Apprendere a distanza

La pandemia l’ha portato alla luce, e l’e-learning non scomparirà a breve. Ma come apprendere e insegnare tramite i nuovi media? La domanda se la pone l’Università, e alcuni corsi rispondono. Al crocevia della sociologia, della didattica, della psicologia e dell’informatica, ecco la Laurea L-19, in Digital Education (sempre in inglese nel curriculum – sarà una moda?). La si trova, tra l’altro, a Modena, organizzata non dalle facoltà umanistiche, ma da quelle di medicina: l’approccio si vuole definitivamente scientifico, curato e professionale per formare i futuri Instructional Designer (chi progetta i corsi) e altri Educatori Digitali. All’Università Cattolica del Sacro Cuore, esiste in versione Media Education, ma tratta sempre dell’educazione tramite MOOC, webinar, e della formazione dei Media Educators.

A guardare il panorama di tutte queste nuove formazioni, ne esce un’immagine perlomeno inaspettata del mondo accademico: in ascolto del presente, con lo sguardo rivolto alla tecnologia, e soprattutto ben lontano dal vecchio cliché "università-tutta teoria" di un tempo. Finalmente!

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