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Quattro amici al bar (quale?)

15/11/2021

Laddove c’è da bere si scrive la storia
Laddove c’è da bere si scrive la storia

Il tavolino di un bar è più di un angolino pubblico di passaggio, è un vero e proprio luogo in cui le cose succedono. Il Sociologo Ray Oldenburg lo definisce il Third Place: un posto che non è la casa, né il lavoro, un territorio neutrale dove tutti possono entrare e discutere. Ecco un elogio dei bar e dei caffè immortalati da chi ha fatto la storia.

Il Café fa la modernità

Sedie, bibite, tanta gente: il concetto è sempre esistito, e uno potrebbe argomentare che il bar inizia con la civiltà umana. Laddove c’è da bere, si scrive la storia. Ma molto più vicino a noi, il Café Parisien dell’800 è stato un precursore. Perché nel XIX secolo, il commercio del caffè, l’invenzione del gelato e tanti altri processi dell’industrializzazione hanno permesso lo sviluppo del locale come lo conosciamo. E così facendo, lo sviluppo della popolazione che lo frequenta: artisti, poeti, radicali, anarchici. Predilezione degli impressionisti, è proprio il café (Guerbois per Manet, Nouvelle Athènes per Renoir) che offre la nuova libertà di dipingere fuori dallo studio, e Degas o Toulouse-Lautrec riprendono le élégantes, i dandy e la vibrante “fauna sociale” seduta a tavola davanti a una tazza – o ballando il CanCan. Montmartre esisteva grazie ai café, e ancora oggi trascina un’orda di turisti grazie ai numerosi cafés d’époque. Chi cerca la società, la trova al tavolo.

Montmartre esisteva grazie ai café
Montmartre esisteva grazie ai café e ancora oggi trascina un’orda di turisti grazie ai numerosi cafés d’époque

Bar bohème

E questo fatto non è scappato a Hemingway. Negli anni '20, non c’era un bar che il giornalista americano non avesse visitato. Alcuni sono ormai famosi grazie a lui: l’Harry’s di Venezia, la Floridita in Havana, e soprattutto il bar del Ritz di Parigi! Perché quando la radio balbettava ancora, il primo compito di un reporter in missione era… il martini al bar. “Lascia perdere le chiese, gli edifici governativi o le piazze delle città. Se vuoi conoscere una cultura, passa una notte nei suoi bar”: così faceva Hemingway, e più esegeti riconoscono l’importanza fondamentale dei caffè sia per l'ispirazione che per i temi dei suoi romanzi. Nonché per lo “stile Hemingway” conciso, al punto e senza filtri : “scrivi ubriaco, rileggi sobrio”, diceva l’autore. Frequentava anche il Café de Flore, monumento letterario parigino, noto per aver ospitato i grandi nomi dell’esistenzialismo: Sartre, Beauvoir, Camus. Ci si riuniva, tra un caffè e tante sigarette, per pensare, scrivere o discutere con… Picasso!

Il primo compito di un reporter in missione era… il martini al bar!
Il primo compito di un reporter in missione era… il martini al bar!

La geopolitica non fa solo da sfondo nelle discussioni del bar, a volte s'impossessa proprio del luogo. Lo ha dimostrato George Simenon, padre del Commissario Maigret ma ancora prima, prolifico giornalista e reporter negli anni '30. Tra il Belgio e Istanbul, si recava nei più famosi caffè di ogni capitale per tentare di scovare le grandi figure del mondo. Racconta di aver visto Gandhi a Parigi, Hitler al hotel Kaiserhof di Berlino, e finalmente intervista l’esiliato Trotsky a Istanbul. Ne emerge una raccolta, Europa 33, un istantaneo della geopolitica poco prima della guerra mondiale, in tutta la sua complessità. E che prova ancora una volta che tutto si decide al bar.

Martini molto agitato

E tra i bar che hanno (s)fatto la storia, trionfa il Café Central di Vienna. Dal 1876 ha visto passare Gustav Klimt e la Secessione Viennese, i pensatori del positivismo, ma anche Sigmund Freud e Stefan Zweig – ma soprattutto i complottisti di ogni obbedienza. Adolf Hitler, Vladimir Lenin, Tito o Trotsky vi sono stati avvistati, discutendo o arringando. Sarà il gusto del famoso caffè viennese? Ma nessun bar in nessuna città può competere con quelli di Beirut nel 1960, per quanto riguarda l’impatto sulla storia mondiale. Terra “di mezzo“ complessa durante la guerra fredda, la capitale francofila di un Libano arabofilo concentrava tutte le ricchezze e le aspirazioni di un jet set variegato. Vi si vedeva la Bardot, la Taylor, ma anche Burton and Peter O’Toole, e vi si nascondevano le numerose spie. Dell’Est, dell’Ovest, di tutto un continente venute a trattare, inquisire,… fare il bagno. Perché era proprio al bar del Saint George, di fronte alla marina, che la folla eteroclita di questo crocevia mondiale si riuniva. Per un caffè turco, questa volta.

Il Café Central di Vienna
Il Café Central di Vienna

Storie da bar

Alcuni di questi bar sono stati immortalati al cinema. Basti vedere il famoso nido di spie che era il Café Américain di Casablanca (1942), dove agenti, militari e resistenti di tutto un mondo in guerra si incontrano e si tradiscono tra due tè alla menta. Lì, è più facile incontrare che evitare. L’hanno capito i creatori della serie Friends, in cui il divano arancione di Central Perk è ormai più famoso del sofà di Freud! Le storie di sei amici si intersecano proprio nel cafè “a meno di cento passi da casa” (stagione 1, episodio 4), perché il bar è sempre l’ultimo rifugio dei naufraghi e a volte il protagonista stesso del film. Tutte le anime solitarie si ritrovano al banco, come Scarlett Johansson e Bill Murray, "Lost in translation" (2003, Sofia Coppola) e in una città straniera e confusa. Lui appena uscito dal set, con le pinze dietro alla giacca, lei ignorata da molto più tempo, ma arenati nell’Hyatt (con vista) di Tokyo che recita una parte oltre il semplice decoro. Ma non solo gli stranieri si danno le gomitate al banco: il bar è per tutti. Non come il ristorante classista, non il cerchio letterario pretenzioso, ma proprio il luogo dove si mescolano i sogni e si “condivide il drink chiamato solitudine”, come cantava Billy Joel. Iconico e centrale, il bar di “Cocktail” (1988), visto dall’altro lato del banco attraverso gli occhi di Tom Cruise, giovane barista ambizioso alla conquista di New York… ma costretto a fare networking alle tre di notte.

Raise the bar

Da Mario o al Roxy bar, con la pandemia questi posti ci sembrano ormai remoti. Allora che fanno questi quattro amici, che certe notti vogliono una vita spericolata? Insomma, c’è sempre la consegna di drinks e mix a domicilio, oppure le feste in bolla, ma è sempre un palliativo. Il trucco? Alcuni bar si convertono in spazi lavorativi. È questa la strategia di Starbucks. Se la multinazionale del caffè è riuscita alla fine a impiantarsi in Italia, non è certo per competere con il bar di quartiere. Punta, piuttosto, sul wifi, la presa elettrica e il permesso tacito di sostare per ore. Questo è il vero business model: proporre uno spazio dove le startups si creano, i contratti si firmano, e la tazza di caffè si riempie da sola. Uno spazio di co-working vero e proprio. A proposito, è così che fu ideato Starbucks: seduti a un caffè! Ma anche Yelp, Foursquare, Reddit, Paypal, Grom, Uber, tutti nati attorno al tavolino: il coffee shop è il nuovo garage della Silicon Valley.

Starbucks punta sul wifi, la presa elettrica e il permesso tacito di sostare per ore
Starbucks punta sul wifi, la presa elettrica e il permesso tacito di sostare per ore per trasformare il caffè in co-working space

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