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Town of the Dead: la città zombie a prova di disastri

13/10/2021

Il popolarissimo tema degli zombie
Il popolarissimo tema degli zombie è servito come base di riflessione per un concorso internazionale di architettura sostenibile

Zombie alle porte! Finalmente, dopo un secolo di miti, film e distopie piene di metafore, eccola l’invasione che i “survivalisti” aspettavano. Una minaccia imprevedibile, la distruzione del tessuto sociale, l’ansia del domani e la necessità di adattare la città, l’architettura, gli usi per sopravvivere all’invasione, ma anche per ricostruire un’altra realtà, una volta appresa la lezione. Ma, dopo due anni di pandemia – parliamo solo di zombie?

Una metafora per l’architettura del futuro

È la domanda che si pone l’architetto e urbanista Alessandro Melis, da quasi dieci anni. Quali armi e concetti l’architettura potrebbe offrire, se mai un’infezione trasformasse tutta una popolazione in un pericolo? Come rendere la città a prova di un nemico più viscido di un attacco militare frontale, più diffuso di un blitzkrieg? Il popolarissimo tema degli zombie è servito, nel 2011, come base di riflessione per un concorso internazionale di architettura “sostenibile”. Più di 500 proposte entusiaste sono arrivate da studenti, con ripari portatili o bunker impenetrabili, soluzioni ad hoc per trasformare la propria casa o dimore blindate da supercattivo. Le proposte vincenti, invece, non puntavano tanto sul respingere i non-morti ma sull’ospitare una comunità, usando le risorse in-loco e garantendo la sostenibilità dell’habitat. Vi ricorda qualcosa?

La notte degli zombie

Ma partiamo dal… sopravvivere. Senza case, ci vogliono soluzioni mobili. Come questo rifugio armadillo, ad esempio, dispiegabile in pochi istanti (come certe case prefabbricate moderne) per ospitare fino a due persone. Acqua e luce garantite il tempo che le orde di cannibali si disperdano. Troppo cosy per i vostri gusti? Allora volate via sopra i marciatori con il Rooftop Retreat, tutto il comfort di un caravan sotto un dirigibile. Fornito persino di acqua potabile, sistema di riciclo delle risorse e, cosa più divertente, il necessario lanciafiamme per quando si atterra. Sa troppo di film? Non tanto; l’architettura di emergenza si è sviluppata in soluzioni concrete ultimamente, per rispondere a disastri molto reali. Case-container, ospedali pieghevoli, habitat aeroportati sono già armi delle NGO per fronteggiare gli uragani o gli alluvioni.

Case-container, ospedali pieghevoli, habitat aeroportati
Case-container, ospedali pieghevoli, habitat aeroportati sono già una realtà per fronteggiare gli uragani o gli alluvioni

Sviluppare una comunità nell’avversità

Nel 2013, Alessandro Melis iniziò un corso nell’università di Auckland per parlare del necessario impatto climatico sull’architettura, e viceversa. Per rendere il tema meno arido, decise di usare la metafora degli zombie. Ebbene, dopo la prima notte di paura, gli studenti si sono accorti che solo difendersi non serve a niente. Con 0,22 ettari di suolo a persona, non si sostiene una popolazione. Il segreto è allora ripensare l’architettura in modo perenne. E i progetti abbondano.

Trasformare un vecchio silo in ecosistema riduce l’impronta sul terreno e favorisce i cicli naturali dell’acqua, dell’aria e delle persone. Il vento fornisce l’energia meccanica per attivare le pompe, così non c’è nemmeno bisogno di elettricità. Ispirato alla natura, il nido di termiti punta sull’espandibilità del design verticale, ma anche sul ciclo del metano per produrre energia. Tutti questi progetti offrono un design contenuto e autonomo. Avete detto sostenibile? Precisamente. A distanza di dieci anni, gli stessi temi di cambiamento climatico, autoproduzione, comunità si fanno ancora sentire (che ci siano zombie o vere pandemie). “Forse, la principale sfida posta da questo approccio è quella di evitare di pensare edifici e città come consumatori di risorse, ma reali produttori di risorse, naturali, energetiche e sociali”, dice Melis.

Pensare edifici e città come reali produttori di risorse
Pensare edifici e città come reali produttori di risorse e non solo come consumatori di energia

Zombie, non state qua a girarvi… i moncherini

Perché vivere in autarchia, sempre nella prospettiva di distruggere gli zombie, quando invece si possono sfruttare? Insomma, sono sempre manodopera gratuita. Innescandoli con carne fresca, si può sfruttare la loro forza per far girare mulini e produrre energia per la propria casa sospesa. Sempre per dirla in modo irreverente, una proposta suggerisce di integrare gli zombie al meglio, con delle olimpiadi speciali o come legioni di soldati usa e getta. Da carne da cannone a carne da macello, c’è solo un pragmatico passo. Il tema di “mangiare la popolazione” non è nuovo. Già Jonathan Swift, il sarcastico critico della società vittoriana, suggeriva alle famiglie irlandesi povere di “vendere i figli eccendenti come carne ai ricchi”, dimostrando ad absurdum i pericoli dell’ipercapitalismo. Nel caso zombie, potete sempre riciclare i non-morti quali fonti di carbonio o di gas, come combustibile per il riscaldamento o l’elettricità. Ironico, certo, ma l’utilizzo delle risorse in-situ è la base attuale della smart grid e delle “comunità resilienti”. E proprio questo è il tema del padiglione italiano, sempre curato da Melis, per la biennale di Venezia di quest’anno.

Ma non parliamo di zombie, giusto?

“Interessante osservare che molte delle proposte presentate in questa competizione abbiano sfruttato il tema degli zombie come escamotage per poter sviluppare soluzioni riguardanti aspetti cruciali della contemporaneità” riassume ancora Melis nel suo ultimo libro, Zombiecity. I veri zombie qua sono gli edifici attuali: passivi, lenti, statici e dispersori di risorse. E l’invasione era quella virale del 2020: sapevamo che sarebbe potuta succedere, eppure l’urbanistica non era preparata. Ma le strade quiete, l’autoproduzione, il rinnovo del quartiere contro la globalizzazione sono alcuni fenomeni applicabili ad ogni disastro, e la città risponde. Più pulita, più distanziata, ma allo stesso tempo ricentrata sull’umano e la comunità, la zombiecity potrebbe essere una soluzione agli attuali problemi del mondo moderno.

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