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Verde, il Bitcoin?

22/11/2021

Valuta virtuale, impatto reale
Valuta virtuale, impatto reale

Non è mai stata così volatile la valutazione del Bitcoin. Tra la Cina che lo bandisce, El Salvador che lo adotta e annuncia la costruzione della prima Bitcoin City del mondo, la pandemia che spinge tutti ad investire o le dichiarazioni da insider dei grandi nomi della tech, il prezzo della valuta digitale ha fatto sbalzi cosmici. E ciò ha rivelato al mondo sia l’appetito degli investitori che le quinte, color fuliggine, della produzione delle criptomonete. Una breve nota prima di entrare in questo mondo tech: per convenzione, Bitcoin con l'iniziale maiuscola si riferisce alla tecnologia, mentre se minuscola (bitcoin) si riferisce alla valuta in sé.

Il Bitcoin consuma il 0.5% di tutta l’elettricità mondiale
Il Bitcoin consuma il 0.5% di tutta l’elettricità mondiale

La moneta che non c’è

C’è qualcosa di fondamentalmente fallace nella tecnologia blockchain. Parliamo del sistema decentralizzato alla base di tutte le criptomonete (bitcoin è solo la più famosa), ma anche di tanti “registri digitali” sensibili come alcuni mercati immobiliari, o dati medicali, o catasti, o qualsiasi database che teme la falsificazione dei dati. La pecca è che ci vuole tanta, tanta energia per mantenere un’informazione che esiste soltanto quando qualcuno è connesso. Eh sì: l’intero portfolio dei bitcoin (21 milioni di gettoni a termine) non è mai stoccato da qualche parte su un server, ma “distribuito” tramite tutti coloro che attivamente lo creano. In altri termini, il Bitcoin esiste solo quando c’è la corrente per mantenerlo – è una “valuta elettrica”. E chi dice elettricità, dice consumo – e inquinamento.

Sfida di potenza

Questo deriva dal modus operandi intrinseco del Bitcoin: per la sua “estrazione”, è necessario risolvere dei calcoli matematici complessi, e chi ci riesce riceve alcune monete virtuali come premio. È la “prova di lavoro”, o proof of work. Quindi nella gara al coin, chi ha il computer più potente vince. E che computer! Ormai i minatori investono nelle Bitcoin farms, magazzini colmi di schede grafiche di ultima generazione, le più abili a risolvere gli enigmi della rete (il cui prezzo è esploso in due anni, generando una vera e propria penuria di componenti). Oltre all’investimento materiale, c’è anche l’elettricità da pagare per fare girare la zecca digitale. E le cifre fanno paura. L’indice di consumo pubblicato dall’Università di Cambridge stima il consumo globale della criptomoneta a 120 TWh all’anno – ma il margine di errore varia dalla metà al quadruplo. Per la natura essenzialmente decentralizzata del sistema, non si possono avere cifre precise. Inoltre, la curva del consumo oscilla drasticamente, con un interesse del mercato (e quindi un prezzo) molto volatile, rendendo difficile stimare quanto il Bitcoin gravi sul settore energetico.

Ma tutto ciò pone la domanda: il Bitcoin è soltanto un gioco per investitori avventurosi oppure “permette a milioni di persone di scappare dall’inflazione, dal controllo del capitale e della pressione monetaria”, come si chiede la Harvard Business Review?

Valuta virtuale, impatto reale

Per PV Magazine, il Bitcoin consuma lo 0,5% di tutta l’elettricità mondiale. Nel 2020, equivaleva a 33 milioni di tonnellate di CO2, ovvero il 0,1% delle emissioni globali, calcola la startup NYDIG. Questo corrisponde a solo 0,04% del consumo globale di energia primaria (elettricità, petrolio e gas), un “impatto insignificante”. Secondo Reuters che cita sempre lo studio di Cambridge, l’intera estrazione mondiale di Bitcoin sarebbe equivalente al consumo elettrico annuale dei Paesi Bassi, o della Grecia secondo Fortune. Ma le cifre crude dicono poco; vediamo come si paragona l’impatto delle crypto con quello di altri settori. 

Il Bitcoin è meno goloso rispetto ad altre comodità moderne, dice sempre NYDIG nel suo White paper. Consuma all’anno quanto le asciugatrici domestiche (108 TWh) e molto meno dei frigoriferi domestici (630 TWh!). Però la valuta digitale non asciuga il bucato, certo. Per paragonare quel che si può, il ricercatore Hass McKook ha messo a confronto il settore bancario tradizionale con il mondo delle crypto. Oggi, il Bitcoin emette solo il 5% di CO2 rispetto alle grandi banche “di mattoni e cemento”. Anche progettando che tutte le transazioni future saranno realizzate in Bitcoin, i portafogli digitali non richiedono così tante risorse umane, immobiliari, e di trasporto quanto le vecchie banche per funzionare. Quindi se il mondo passa alla crypto, automaticamente c’è meno spreco di energia. Ben sapendo, certo, che le valute fiat come l’euro o il dollaro, e l’ecosistema bancario attorno a loro, non scompariranno domani.

Riciclo… di denaro

Ci sono altre buone notizie: a maggio 2021 la Cina ha bandito il coin. Citando la mancanza di trasparenza (ma non è proprio la base della crypto?), ha fatto chiudere tutte le farm del territorio, con due effetti positivi. In primis, la "difficoltà della prova di lavoro" si è abbassata grazie alla competizione ridotta, quindi serve ormai meno energia per produrre un Bitcoin; secondo, le miniere hanno lasciato il carbone cinese per adottare il gas del Kasakistan. Non è terribilmente verde, certo, ma il gas inquina molto meno del carbone. E già solo con ciò il mondo delle monete digitali può vantare un’impatto sul clima minore: 418 g/TWh di CO2 contro 463 g/TWh per la media mondiale.

Il prato è sempre più verde

E non solo: la tendenza al rinnovabile va crescendo. Inarrestabilmente, il mondo va verso meno fonti fossili e più fonti rinnovabili, e le chip necessarie ai calcoli crypto sono meno golose di elettroni. Al contrario di altre industrie che avranno sempre bisogno di petrolio, la criptofinanza si nutre solo di elettricità. Meno sprechi, più risparmi: il Bitcoin diventerà automaticamente più verde. Inoltre, il recente Crypto Climate Accord riunisce gli attori green del settore per sviluppare l'uso di fonti rinnovabili, come Gryphon con l’idroelettrico, o Argo con l’eolico. E Power Ledger Australia usa le criptovalute per lanciare una piattaforma di trading per le energie rinnovabili, sempre a base di POWR coin.

Lo riconosce anche Jack Dorsey, il CEO di Twitter e primo-investitore nella moneta: “il Bitcoin sarà la locomotiva dell’energia green”, ha twittato di recente. Gli fa eco Cathie Wood, cha ha diversi gettoni nella piattaforma Coinbase: “Niente sarebbe più benefico del Bitcoin per la governance sociale e ambientale [la ESG]”. Implementato la settimana scorsa, peraltro, l’aggiornamento Taproot cambia in profondità le operazioni di controllo della blockchain, velocizzando l’approvazione dei blocchi. Ne consegue un’efficienza molto migliorata e tanti risparmi in tempo di calcolo. Ecco la bellezza del tutto digitale: con un ritocco del software, si può ridurre di tanto l’impatto sul clima.

E oltre al bitcoin, ci sono criptomonete che fanno a meno della famigerata prova di calcolo, responsabile di tutto il consumo elettrico. Ethereum, probabilmente la criptomoneta più gettonata dopo il bitcoin, ha di recente rivoluzionato il suo algoritmo per ricompensare non chi fornisce la più grossa potenza di calcolo (la proof of work quindi) ma chi dimostra avere più “interesse” nel far fruttare la moneta. Si chiama la “prova di interesse” (proof of stake) e nel 2022, Ethereum prevede un modello dove gli utenti possono convalidare le transazioni solo in base a quante monete vogliono “scommettere”. Secondo Tim Beiko, il coordinatore degli sviluppatori del protocollo Ethereum, la proof of stake ridurrà l'impatto ambientale di Ethereum del 99%.

In un modo o l’altro, l’inquinamento dovuto alle cryptomonete è soltanto una “crisi di adolescenza”, sembra. Ciò che conta è ponderare l’utilità reale di questo strumento, e valutare dove gli sforzi green devono essere portati: la costruzione e il trasporto sono pur sempre i principali contribuenti al cambiamento climatico.

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